Selvaggio Blu vista mare aprile 2018: il bilancio.

22 aprile 2018

Devo dire che questa edizione primaverile appena trascorsa è stata sicuramente il Selvaggio Blu più bello di sempre! Siamo partiti in 10: 7 clienti, Chiara, io e Nicola Lanzetta, un mio amico di Oristano che si è unito all’ultimo come mio aiutante. Devo dire che la presenza di Nicola è stato un jolly eccezionale, la sua simpatia unita alla conoscenza del posto e delle tradizioni locali mi ha fatto pensare che in futuro cercherò ancora di puntate sull’accoppiata guida alpina e assistente locale.

Ho avuto la fortuna di trovare un gruppo di clienti fisicamente allenati e molto simpatici, che in breve si sono uniti collaborando nel fare le cose che servono a sopravvivere, ( raccogliere la legna per il fuoco, aiutarsi nei passaggi difficili, dividersi il carico di cibo e acqua ecc).

Con questi presupposti, uniti a una meteo ottima con belle giornate quasi troppo calde per il periodo, abbiamo potuto portare a termine un Selvaggio Blu veramente selvaggio, come piace a me.

Nota: quattro dei sette clienti non hanno mai visto prima un imbragatura ma se la sono cavata ugualmente egregiamente, tutti invece sono abituati a camminare e hanno ai piedi calzature tecniche da approach che lasciano la caviglia libera (secondo me meglio degli scarponi pesanti ma questo è personale).

Il nostro tragitto.

Ho percorso Selvaggio Blu 8 volte e mai una volta ho fatto esattamente lo stesso percorso o dormito negli stessi posti, e va bene che sia così. Le variazioni del caso si decidono anche all’ultimo momento, in base alla meteo, alla preparazione dei vari membri del gruppo e all’umore della guida.

1°giorno Santa Maria- campo Bill Gates (circa 8 ore di cammino) Partiti da Santa Maria abbiamo camminato fino a Pedra Longa e salito la cengia Giradili, e fin qui siamo andati spediti su buon sentiero. Abbiamo proseguito sul Selvaggio Originale fino a Ginnirco scendendo a dormire in un piccolo spiazzo di erbetta in mezzo a un mare di sassi accuminati (i famosi campi solcati) posto circa sopra alla grotta dei Colombi. Una tappa lunga e faticosa, come anche lo sarà il secondo giorno. 2°giorno campo Bill Gates- Cala Goloritzè (circa 8 ore di cammino) La tappa parte faticosa sui campi solcati, fino al primo tratto tecnico al Bacu Tenadili, che si supera con corda fissata a mò di ferrata. Segue una lunga camminata fino a Punta Salinas, che non saliamo perché siamo stanchi e desiderosi di farci un bagno! Dormiamo al campo belvedere sopra cala Goloritzè, cenando con un eccezionale piatto di maloreddus con salsiccia e pecorino, cucinati da Nicola.

-traversata nei grottoni di punta Mudaloru-

3°giorno Cala Goloritzè-Cala Mariolu (5 ore di cammino) Tappa corta ma molto tecnica. Inizialmente sembra che il meteo metta qualche precipitazione e sono indeciso se intraprendere la “variante vista mare” oppure no (trovarsi su certi costoni di ghiaia sotto un temporale deve essere un’esperienza piuttosto “forte”) ma alla fine il tempo volge al meglio e decidiamo per la ferrata. La ferrata di Goloritzè in se non è difficile, è un tratto di cordino di acciaio ripido ma veramente breve, che si supera in dieci minuti. Il difficile è arrivarci: occorre attraversare in orizzontale delle cenge molto esposte con ghiaia e terreno delicato, comunque sempre in sicurezza tramite delle corte fissate e lasciate in precedenza ed altre che invece fisso io per recuperarle subito dopo. Arrivati al bosco dopo la ferrata in un oretta si scende all’idilliaca cala Mariolu, dove arriviamo alle 14 con il sole alto. Facciamo il bagno e improvvisiamo dei bei boulder sui massi della spiaggia, alcuni anche belli duri! 4°giorno cala Mariolù- Grotta di cala Mudaloru (5 ore di cammino) Percorso sempre tecnico, non lungo, i chilometri percorsi sono davvero pochi ma occorre superare dei passaggi dove non si fanno le corse. Prima di risalire un canalone facciamo anche il bagno in spiaggia al mattino. Ricongiunti al selvaggio Blu originale che scende dall’entroterra (poco prima di punta Mudaloru) si sperimentano le prime due calate del trekking: una facile per cominciare e una di una ventina di metri bella verticale. Esiste la possibilità di una supercalata di 60m nel vuoto più totale nei grottoni prima di Mudaloru. Arrivati presto nella stretta insenatura che nasconde una bellissima grotta dove passeremo la notte ci concediamo un bel bagno con qualche tuffo.

-panorama dalla ferrata di cala Biriola-

5° e ultimo giorno Cala Mudaloru- Cala Sisine (8 ore di cammino) Questa tappa finale è venuta veramente lunga e tecnica, però con lo zaino vuoto perchè lasciamo alla grotta sacco a pelo e tutto quello che non ci serve. Partenza prima del solito e salita già faticosa per poi traversare e raggiungere la verticale della Grotta del Fico. Franco ( con cui prima di selvaggio blu ho fatto due giorni di arrampicata) purtroppo è affaticato dai giorni precedenti e decide saggiamente di fermarsi qui: lo calo per 40m nel vuoto depositandolo in riva al mare su un pontile in legno con tanto di tavolino e ombrellone! Verrà prelevato dal gommone che ci fornisce il supporto tecnico via mare e ci aspetterà in albergo a Santa Maria. Noi proseguiamo passando da buco nella roccia dell’Arco di Su Feilau per poi salire il faticoso e monotono tratto che riporta all’entroterra nei pressi dell’ovile Ololbizzi. Intercettato il sentiero che scende a Cala Biriola lo seguiamo preferendo la ferrata di Biriola alle calate di Sa’ Nurca perché la ferrata, ugualmente bella è breve e ci permette di procedere più spediti. Arrivati al bosco di Biriola occorre prestare attenzione nell’individuare la giusta traccia per superare la frana che affrontata nel posto sbagliato può rivelarsi tutt’altro che facile. Ora non ci resta che traversare il bosco di Biriola fin sotto l’incredibile parete di Oronnoro e di punta Plummare, su queste pareti si trovano le vie di arrampicata più dure della Sardegna e forse d’Italia: opera principalmente di Pierino Dal Prà, Lorenzo Nadali con altri come Anna Torretta.

Un paio di calate e siamo in spiaggia a Cala Sisine, in tempo per un ultimo bagno prima che il gommone ci riporti al porto di Santa Maria, permettendoci di vedere dal mare tutto il nostro sudato Selvaggio Blu.

Sono sempre più convinto che questo trekking vada affrontato senza cercare di addomesticarlo troppo come invece tendono a fare la maggioranza delle organizzazioni che lo propongono. Dormire negli ovili percorrendo lunghi tratti nell’entroterra invece che sul mare e camminare con lo zaino vuoto dipendendo completamente dai rifornimenti via mare non è la stessa cosa, provare per credere!

Vero è che fare selvaggio blu lungo il percorso originale o ancor più percorrendo la “variante vista mare” non è per tutti: ci sono delle giornate dove si cammina anche 7/8 ore, lungo tracce da cinghiali dove saper mettere i piedi nei posti giusti per stare in piedi è essenziale. Se pensate a una vacanza rilassante dove passeggiare in riva al mare con il cappello di paglia e i bastoncini da nordic wolking al polso avete sbagliato posto! Percorrere Selvaggio Blu è una vera avventura che vi rivolterà per bene sputandovi fuori delle persone diverse da come siete partite.

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