VUELTA PASSO MARCONI-GLACIAR CHICO

 

Da scalatore e alpinista ho sempre pensato che camminare e fare trekking fosse facile e quasi banale in confronto a scalare. In linea di massima potrebbe anche essere vero ma dipende tutto da come e dove si cammina…

Ieri siamo tornati al El Chaltén dopo una traversata alpinistica di cinque giorni che ci ha portato a lambire il cuore del massiccio del Fitz Roy e la valle del Piergiorgio per poi metter piede sulle nevi della frontiera Chilena e rientrare in Argentina attraverso un passo ben poco conosciuto.

L’itinerario è stato pressapoco questo: partiti da El Chaltèn abbiamo raggiunto il lago Electrico lungo l’omonima valle e passato la notte in tenda in una zona riparata dal vento denominata “plajita” ossia “spiaggetta”. Il giorno successivo il meteo favorevole ci ha permesso di raggiungere il rifugio Garcia Soto al Gorra Blanca senza grossi problemi, siamo stati fortunati perché in caso di vento forte è veramente impossibile progredire e la valle che scende dal Passo Marconi è un Venturi dove il vento c’è praticamente sempre. La tappa prevede l’uso dei ramponi e alcuni brevi tratti di arrampicata di I° e II° sulle rocce che precedono il passo. Il rifugio è molto ampio e confortevole, un’oasi di pace nel mare tempestoso dello hielo patagonico sur. Il terzo è il più tosto: calzate le ciaspole siamo scesi lungo il glaciar Chico in direzione del lago O’Higgins, in breve incontriamo zone crepacciate che ci hanno costretto a procedere in cordata e a fare parecchi salti sui ghiacci fossili ricoperti di rocce. E’ incredibile come sia evidente il fenomeno del ritiro dei ghiacci e dell’erosione, trovo parecchie differenze rispetto a solo due anni fa quando sono passato di qui l’ultima volta. Con le ultime energie abbiamo raggiunto la fine del ghiacciaio e ci siamo accampati in un avvallamento morenico che abbiamo battezzato “campamento ultima esperanza”. L’alba del quarto giorno ha portato nuvole grigie cariche di pioggia e vento forte, attraversato il paso de los pumas, una breccia tra gigantesche placche montonate rosso mattone, ritroviamo la vegetazione arbustiva e guadato il rio Pantoja ci infiliamo (è proprio la parola giusta) in un folto bosco molto chiuso, umido e ripidissimo. Ci accampiamo sempre in tenda in una radura riparata dal vento poco dopo il rio Bruna. Di notte diluvia e anche per buona parte del giorno successivo. Trovandoci bagnati fradici decidiamo di spingere sull’acceleratore e il quinto giorno ritorniamo in Argentina attraverso il passo Diablo, un accesso servito da un piccolo rifugio di lamiera eretto per scopi militari dagli argentini e caratterizzato da zone paludose (mallines) dove è difficile orientarsi.

Scendendo dalla valle Diablo incontriamo i vari torrenti da superare molto più grossi del solito in termini di portata, per attraversarli ci inventiamo teleferiche e passaggi in equilibrio sui tronchi.

Raggiunta infine la punta norte del Lago del Desierto; dove vi è una postazione di frontiera della gendarmeria Argentina; un ferry boat ci permette di pervenire all’ altro versante (percorrere la lunghezza del lago a piedi richiede 6/7 ore di cammino) fino alla punta sur, e da qui in auto a El Cahltèn che raggiungiamo alla 22.

E’ stata pura avventura ed esplorazione, e non lo dico per farci pubblicità: la nostra scelta di evitare il più famoso circuito Passo Marconi-Passo del Viento (peraltro bellissimo) ci ha permesso di vedere dei posti stupendi e, in alcuni casi di essere i primi a mettere piede in zone lunari. Morene appena emerse da un ghiacciaio che si ritira quasi a vista d’occhio lasciando laghi, frane, fossili, costole, placche montonate di granito limato dai millenni, accumuli di limo glaciale senza la minima traccia di passaggio umano: nessun sentiero, nessun ometto di pietra, nulla. Un mondo ammaliante che fa sognare anche i non appassionati di geologia.

Tornati alla civiltà si ha sempre bisogno di un giorno o due per assimilare quello che si ha vissuto, il bilancio è un’esperienza di quelle che non si scordano e un album fotografico che solo in piccola parte riesce a trasmettere agli amici cosa voglia dire immergersi nella wilderness patagonica, nel mondo alla fine del mondo.

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